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» Le piccole città tranquille a cura di Del Piano Vincenzo Psicologo Psicoterapeuta
L'inganno della stabilità e della immutabilità

Mezzi di informazione e cambiamento

 

Tutti sanno che il poeta Leopardi ebbe un rapporto di amore/odio con Recanati, sua città natale; con parole che ancora suscitano una profonda emozione (specie se vi procurate l’occasione di leggerle nei posti che le hanno ispirate: provateci!), egli cantava le atmosfere tranquille di piazzette nella cui luminosità gli abitanti semplici e operosi riproducevano gesti che sembravano destinati a restare per sempre tali e quali, senza alcun cambiamento; nonostante l’animo inquieto che contraddistinse quel poeta, le intonazioni dolcissime dei suoi versi manifestano (ma si potrebbe dire tradiscono) il desiderio di rifugiarsi in una realtà immutabile, dove si realizzasse concretamente la “cultura contadina” della ciclicità e della stabilità: dopo una stagione ne viene sempre un’altra della quale si sa già tutto, e così via per sempre senza novità né turbamenti. Fu così che Leopardi espresse l’amore per Recanati.
E l’odio?
Giunse a definire la sua città “borgo selvaggio”, e per tutta la vita fece in modo da starci il meno possibile: perché? Tra altre cose (che qui non ci interessano), fece quelle scelte perché, stando a Recanati, si sentiva isolato, lontano dai posti dove succedevano cose importanti, per essere informato delle quali doveva aspettare mesi perché qualcuno gliele riferisse ...

Ma non è di Leopardi che voglio occuparmi, e finisco qui i riferimenti a Lui, che mi sono permesso di citare solo per dare spunto a un ragionamento sui mezzi di comunicazione: ora non ci pensiamo mai, ma due secoli fa, i tempi necessari per diffondere una notizia erano enormi: dipendevano dalla velocità dei cavalli dei servizi di posta (che esistevano già, se è per questo), ed è curioso ricordare che persino nelle emergenze o per usi militari, ci si poteva affidare solo al volo dei piccioni viaggiatori, alla cui zampetta veniva legato un foglietto con un brevissimo messaggio urgente.
Qual era l’effetto più importante di quella lentezza delle informazioni? A ben pensarci, era che la cultura e i modi di pensare e di fare di ciascuna località restavano sostanzialmente sempre gli stessi, per la relativa mancanza di stimoli al cambiamento. E, adesso? Adesso siamo abituati a sapere tutto e subito da telegrafo (ormai sorpassatissimo!), radio, televisione, internet, satelliti (più o meno spioni che vedono e riferiscono ogni cosa). E con altrettanta velocità si producono i cambiamenti culturali. Ne siamo consapevoli?

È impossibile evitare i cambiamenti!
So che dico una cosa scomoda (come mi succede spesso), e so anche che irriterà qualcuno che vorrebbe continuare a pensare che il posto in cui vive può restare per sempre così com’è: basta evitare ogni cambiamento, non fare posto a niente di nuovo (idee o persone che siano) e la sua città resterà la piccola città tranquilla … senza considerare che, al contrario, è sempre più evidente che le cose peggiori succedono proprio in quelle che sono credute piccole città tranquille …
Perché?
Paradossalmente, è proprio l’illusione di poter restare sempre come prima, che produce tensioni che portano a fatti clamorosi: mentre alcuni credono di vivere nel “mondo di prima”, altri (specialmente i giovani) vivono nel “mondo di adesso” che è entrato nelle nostre case attraverso quei mezzi di informazione che da una parte evitano l’isolamento anche delle piccole città, e dall’altra ne producono un cambiamento veloce delle usanze e dei modi di pensare.
I cambiamenti sono in corso, sotto il nostro naso … e non è detto che siano tutti negativi.
Con un po’ di audacia, potremmo dire che oggi Leopardi non avrebbe avuto bisogno di allontanarsi da Recanati: gli sarebbe bastato servirsi di Internet; oppure, potremmo dire che oggi, dovunque si stia, non ci “si vive”, ma se si vuole, ci “si sta di casa” soltanto, e si può vivere in tutto il mondo. Questo, però, espone ciascuna cultura locale al confronto (e alla “contaminazione”) di tutte le altre; pensiamo di poter evitare i cambiamenti?
Certamente no! Anzi, quanto più facciamo finta che non ce ne siano stati, tanto più produciamo uno “strappo culturale” tra i modi di pensare e fare “di prima” e quelli “di adesso”; e magari (senza averne nessuna consapevolezza) creiamo le premesse di conflitti complessi fino alla insanabilità, oppure capaci di avere epiloghi drammatici, per lo scontro tra due culture che si rifiutano a vicenda e non trovano un compromesso possibile.

In definitiva, lo strappo culturale (che vediamo non solo tra le generazioni, ma anche tra alcuni gruppi di cittadini ed altri) dipende dal fatto che una parte di persone fa ancora riferimento a valori/obiettivi che crede attuali, mentre quegli altri fanno riferimento a cose che (pur essendo anch’essi valori/obiettivi) non somigliano gran che a quelli di prima, e che diventano dominanti nonostante passino spesso inosservati.

 



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Pubblicazione a cura di Maria Traclo', psicologa, P. IVA 02478700541
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