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» La Psicologia Prenatale a cura di Maria Traclò - Psicologa
Cosa e come si apprende prima della nascita

La Psicologia Prenatale

La Psicologia Prenatale
Cosa e come “si apprende” prima della nascita

 
Si "nasce imparati"

Tutti i genitori che abbiano più di un solo figlio sanno che ciascuno dei loro bimbi manifesta già precocemente un “carattere” diverso da quello degli altri. Ciò avviene nonostante i piccoli vivano esperienze pressoché simili e crescano nella stessa famiglia. Questo sembra contraddire l’idea che la identità soggettiva dipenda dal tipo di ambiente e dalle specifiche esperienze di relazione dalle quali si è stimolati; sembra invece suggerire che “ci sia altro” che determini così precocemente tratti di personalità e modi di essere caratteriali a volte altamente specifici.
Ma c’è di più: anche i genitori che hanno un solo figlio o figlia “già grandicello/a” ricordano che qualche tratto caratteriale particolare (risultato poi stabile!) si manifestò già “da subito”, dai primissimi giorni di vita. Ci sono figli che “da  subito” apparvero allegroni o scontrosi, o pigri, o iperattivi, o comunicativi o eccetera. Troppo “da subito” e troppo dall’effetto stabile, per poterlo far risalire a qualche elaborazione psichica di esperienze effettivamente vissute in pochi giorni dalla nascita.
A cosa altro attribuire, allora, quello che appare un “essere nati imparati”?
 

  

Le “conoscenze” innate 

Al momento della nascita si possiedono già alcune “conoscenze” necessarie per la sopravvivenza immediata: si tratta di un insieme di “capacità” che -similmente al corredo istintuale di ogni specie- sono indotte da circuitazioni presenti nel Sistema Nervoso. Queste “capacità” si manifestano come risposte a stimoli specifici e sembrano essere  “automatiche”, vale a dire né consapevoli, né dipendenti da alcun atto di volontà. Si tratta di capacità quali la suzione, la deglutizione, l’orientamento della bocca verso il capezzolo (quando esso appena sfiora una guancia) e altre ancora, tra le quali l’aggrapparsi, lo spingere con i piedi, e il nuotare tenendo la testa fuori dall’acqua! Queste “conoscenze neurologiche” sono iscritte nel Sistema Nervoso [1] e sono uguali in tutti gli umani; quindi, non spiegano le diversità osservabili tra i neonati: queste devono  derivare dalla elaborazione di “esperienze diverse”, vissute in epoca prenatale che predispongono a “risposte diverse”.
Per avere “esperienze”, bisogna che gli organi di senso siano in grado di percepire i segnali ambientali; c’è allora da chiederci quando -nel corso dello sviluppo prenatale- gli organi di senso sono pronti a svolgere la loro funzione? 

 
La “nascita” degli organi di senso

Si parla di feto a partire dalla ottava/decima settimana di gestazione; prima di tale tempo si parla di embrione; a livello embrionale inizia la costruzione nervosa degli organi di senso, ma sarà solo a livello di feto che essi acquisteranno la funzione sensoria vera e propria.
Il tatto La pelle e il relativo sistema nervoso periferico munito degli organi percettivi si costruiscono entro l’ottava settimana; alla nona, toccando la pianta del piede, il feto risponderà contraendo le dita o raddrizzandole a ventaglio.
L’olfatto Alla ottava/nona settimana si costituiscono i bulbi olfattivi e già dalla settima è formato il nervo olfattivo. Anche se il feto non può evidentemente fare esperienza diretta degli odori, ha tuttavia una struttura nervosa capace di “memoria olfattiva” basata sugli stimoli olfattivi ai quali è soggetta la madre.[2]
Il gusto Alla dodicesima settimana è costituita in modo definito la sensibilità percettiva della lingua. Tramite ecografia, si osserva l’inizio di un’attività di deglutizione e di suzione; appaiono anche espressioni facciali di disgusto o di piacere a seconda degli stimoli gustativi ai quali è soggetta la madre.
L’udito Dall’ottava alla ventiquattresima settimana si struttura tutto l’apparato acustico. Alla venticinquesima settimana, il feto risponde a stimoli sonori, proporzionalmente all’intensità del suono o del rumore con reazioni quali sobbalzi, accelerazione cardiaca, movimenti di braccia e gambe. Osserviamo che si tratta di risposte proprie del feto, che si realizzano anche senza la mediazione emotiva della gestante.
La vista Alla settima settimana inizia a strutturarsi il nervo ottico; la completa attività visiva si realizzerà al sesto mese. Dopo tale tempo di gestazione, se nell’ambiente uterino si diffondono stimoli luminosi, si osservano contrazioni pupillari e aumento del battito cardiaco del feto. Esso, inoltre, reagisce agli stimoli tollerabili volgendo il capo verso la sorgente luminosa; agli stimoli molto intensi, reagisce girando la testa da una altra parte, per evitarli.
Lo sviluppo di organi di senso autonomi rende possibile che già a livello fetale ci sia percezione degli stimoli ambientali; il successivo sviluppo di strutture nervose renderà possibile fare autentiche esperienze soggettive, più propriamente psichiche che solo sensoriali.

  

La “aurora” della soggettività

Anche una esposizione sommaria (qual è riconosciutamene la presente), rende possibile evidenziare che già prima di venire alla luce, un neonato ha potuto fare qualche esperienza soggettiva del mondo. Vediamo quali e come.
Nei primi quattro/cinque mesi di gravidanza, il feto ha condiviso gli ormoni e i neurotrasmettitori prodotti dalla madre nel proprio organismo [3]. Dalla gestante al feto, “vengono passati” gli stati d’animo, le emozioni, i contenuti affettivi di azioni e parole: tutto ciò che la gestante ha vissuto per se stessa e in se stessa sul piano emozionale o del comportamento, “viene passato” al feto [4]. In questo modo, la gestante ha mediato tra il mondo e il feto, ed “ha insegnato” al feto risposte biochimiche agli stimoli.
Dal quinto/senso mese di gravidanza, il feto “non ha più bisogno” della mediazione della madre, e risulta senz’altro in grado di provare emozioni autonome, e “farsi un’idea personale”! [5]
Via via che si costituiscono circuitazioni nervose più mature, nel feto emergono funzioni più propriamente psichiche; si produce una capacità di autonoma valutazione degli stimoli, operata tramite associazioni tra i diversi stimoli esperiti e le proprie emozioni corrispondenti; si costituisce una memoria personale degli stimoli, e la “aspettativa” che quelli gradevoli si ripresentino e quelli sgradevoli no, eccetera.
Il processo di acquisizione di queste capacità si realizza intorno al quinto/sesto mese di gravidanza e costituisce l’abbozzo della  soggettività e delle caratteristiche di personalità che il neonato paleserà già nei primi giorni di vita: è il processo psichico prenatale che ci proponevamo di spiegarci!
Abbiamo visto che nei primi mesi di gestazione la madre agisce sul feto come unica possibile mediatrice tra lui e il mondo. Il ruolo svolto dalla gestante resta comunque determinante anche nei mesi successivi al quinto, nonostante la autonomia sensitiva e psichica progressivamente acquisita dal feto.
Riproponendo l’esempio di un rumore improvviso e molesto che faccia sobbalzare il feto di “sua propria iniziativa”, è ancora possibile che la madre operi una “mediazione” tra il rumore (esterno) e la reazione di sobbalzo (interno) del feto: la gestante può  “rassicurare” il feto sia inducendo in lei un momento di rilassamento (che sarà comunicato anche al feto per via biochimica), sia -per es.- ponendo “rassicurantemente” una mano sul ventre.
Peraltro, c’è da tenere presente che successivamente al quinto mese di gestazione non è solo la madre a poter realizzare “comunicazioni biochimiche” (dall’effetto emozionale) nei confronti del feto, ma che avviene anche il reciproco. Dotato ormai anch’egli di autonoma capacità di prodursi emozioni, anche il feto “comunica biochimicamente” con la madre, mettendo in circolo nell’organismo di lei ormoni specifici prodotti da lui, e aventi  in lei un effetto emozionale assolutamente analogo! [6]
Il nostro esempio (banale, se si considera che ogni madre ne può testimoniare centinaia ben più significativi!), evidenzia tuttavia la possibilità di utilizzare la continuità della comunicazione tra madre e feto per operare una vera e propria educazione prenatale.

  

L’educazione prenatale

Etimologicamente, <<educare>> è “guidare fuori”, e verrebbe da dire che mai come nel tempo nella gestazione, è prevalente nelle future madri la attenzione a ciò che nel frattempo “è dentro”, e che sarà bene che venga guidato fuori nelle migliori condizioni. La consapevolezza di poterlo fare è importante: non è certo più importante ed efficace di un atavico istinto a farlo, (che resta comunque -e meno male!- insopprimibile) … ma siamo della sommessa opinione “che conti” anche una buona consapevolezza relativa a come e cosa si può fare.
Come  e cosa si può fare, quindi, prima che il proprio bimbo venga alla luce? 
 

La cura del corpo materno

La consapevolezza che sostanzialmente il feto “vive là dentro”, rende evidente che è senz’altro meglio non intossicare il corpo materno imponendo al nascituro la condivisione della presenza in circolo di alcool o nicotina … o peggio ancora! Si tratta di intossicazioni potenzialmente (ma saremmo indotti a dire certamente) responsabili di gravi danni metabolici che il feto porterà con sé anche nella vita adulta.
Né si tratta “solo” di risparmiare al feto la presenza di qualche agente tossico contingente: si tratta “anche” di evitare che sostanze tossiche di vario genere possano produrre vere e proprie assuefazioni a quelle sostanze, e possano quindi ingenerare nel neonato precocissime crisi di astinenza! [7]
Ciò -naturalmente!- oltre alle conseguenze immediatamente sanitarie, quali infezioni epatiche o renali o patologie  di varia natura, di sempre difficile (o inefficace!) contrasto medico.
  

La cura della “mente” materna

Non ci permettiamo di fare alcun riferimento alla opportunità che nel corso della gravidanza si sospendano eventuali cure farmacologiche specificamente finalizzate al benessere psichico della gestante. In ogni caso è necessario (e di buona prassi consolidata!) che sia il Medico curante a disporre nel merito, e non esprimeremo alcuna nostra opinione inopportuna e incompetente.
La “mente” alla quale facciamo noi riferimento è quella di una gestante che “sta bene” e che -nella accezione che qui abbiamo data di questo termine- vuole “passare” al nascituro ogni cosa che a lui possa far bene.
Abbiano già accennato al fatto che anche solo porre rassicurantemente una mano sul ventre può trasmettere tranquillità al feto che già sente bene il contatto tattile! Abbiamo già accennato anche al fatto che uno stato di rilassamento che la madre induce in sé viene esteso al feto che percepisce il messaggio biochimico di calma e rilassamento che la madre “gli passa”.
Osserviamo ora -e un po’ più approfonditamente- che la tranquillità trasferita dalla madre al feto agisce correttivamente anche sulla risposta allarmata che il feto aveva appena allora data (e che ipotizzavamo relativa a un rumore improvviso). La correzione consiste non solo in un “cessato allarme” immediato, ma coinvolge l’intera associazione tra quel tipo di rumore e la valutazione di “molesto” (o di pericoloso) datane dal feto in piena sua autonomia. Una volta che il feto riceva la informazione che “va tutto bene”, ancora in piena sua autonomia può disconfermare l’esigenza di sobbalzare in presenza di quel rumore. [8]
Può apparire “piccola cosa”, ma non lo è: si tratta, invece, di un vero e proprio processo educativo: di un “guidare fuori” dal nascituro una competenza a riconoscere una qualità di “non molesto” (e non pericoloso) di quel tipo di rumore.
Quella “correzione” -via via che si farà sistematica- produrrà la qualità stabile di aspettativa preliminarmente positiva nei confronti dei ”suoni e rumori” ai quali il feto sarà esposto; ciò gli permetterà persino di “farsi un gusto musicale” personale! In ogni caso, la tranquillizzante correzione materna consentirà al feto di valutare autonomamente (e senza affanni emotivi) quale tipo di atteggiamento assumerà nei confronti degli stimoli sonori; la valutazione personale sarà effettuata autonomamente, esclusivamente in dipendenza del tipo di risposta (biochimica ed emotiva) che il feto sentirà prodursi in sé. [9]
Da queste osservazioni emerge che tra gestante e feto -e viceversa!- c’è un rapporto di “scambio di informazioni” che la madre può senz’altro utilizzare per passare informazioni utili per uno sviluppo emozionale già in fase fetale.
Quali informazioni sono più opportune?
Ci sentiamo di poter dare qualche consiglio, pur molto generico.
  

Qualche “consiglio”

Ogni stato d’animo materno viene comunicato al feto: è allora certamente bene comunicare “pensieri positivi”, che inducano il bimbo in divenire a stati d’animo analogamente “positivi”.
Per la gestante, questo significa evitare di coltivare sentimenti di collera, o violenza e anche di ansia o malinconia.
Diciamo <<coltivare>> perché ci riferiamo a ciò che spesso appare crogiolarsi in quel tipo di pensieri; il nostro sommesso consiglio (e invito) è che anche le reazioni emotive inevitabili in risposta a stimoli sgradevoli vengano “tirate per le corte”, evitando che il messaggio bio-chimico della risposta emotiva materna, possa estendersi al feto che così si troverebbe pre-educato “a farla lunga” a sua volta.
Comunicare “positivamente”, per la gestante significa anche essere capace di tenere corpo e mente rilassati. Qualche facile esercizio di Training Autogeno  (che potrà essere appreso in ogni Corso di Preparazione al Parto), sarà utile anche durante  il periodo della gestazione, per rilassare corpo e mente di gestante e feto insieme. Anche la “armonia” biologica  e la coerenza degli stati psicofisici di madre e feto potranno andare a costituire una pre-educazione a evitare conflitti personali.
Infine -e non certo ultimo per importanza- sarà bene che la gestante costruisca e mantenga intorno a sé un “clima di attesa” sereno, al quale saranno impegnati anche coloro che le sono intorno; è opportuno che ella  trasmetta a se stessa e al feto l’informazione che … sta succedendo proprio una bella cosa!
Questo renderà possibile che il bimbo “nasca imparato” a proporsi un atteggiamento che -quanto meno- non escluda pregiudizialmente l’aspettativa che ciò che accade possa andare a finire bene: sarà il più bel regalo che gli si sarà potuto fare, addirittura “prima che tutto cominci”.

  

NOTE

[1] Il Sistema Nervoso di ogni specie -e quindi anche dell’Uomo- è una struttura corporea che sovrintende allo svolgimento delle funzioni più importanti ai fini della sopravvivenza. Tra queste funzioni c’è anche quel che appare essere il comportamento istintivo: esso -che risulta necessario e salvifico- è già attivo al momento della nascita per effetto di specifiche circuitazioni iscritte nel Sistema Nervoso. Le forme assunte dai Sistemi Nervosi di ciascuna specie si sono costruite per effetto dei rispettivi iter evolutivi e quelle forme -specifiche rispettivamente di ciascuna specie- sono trasmesse geneticamente per via di riproduzione, e sono uguali in tutti gli individui della stessa specie. Producono per questo comportamenti istintivi uguali in tutti gli individui di una stessa specie. Tutto questo, “vale” anche per l’Uomo, intendendosi che “si nasce imparati” (neurologicamente) a tutto ciò che è necessario alla sopravvivenza. 

[2] Gli stimoli olfattivi e gustativi della gestante producono nell’organismo di lei -come in quello di tutti!- versamenti di sostanze (neurotrasmettitori e ormoni) che a loro volta generano le risposte biologiche che percepiamo come piacere o disgusto; queste sostanze entrano in circolo anche nell’organismo del feto che prova così le stesse esperienze biologiche “di natura organolettica” di piacere o disgusto provate dalla madre! 

[3] Abbiamo già accennato alle sostanze biochimiche del “piacere e disgusto” che trasmettono al feto le stesse risposte appetitive o avversative proprie della madre; ma ciò che “passa” biochimicamente è molto di più. 

[4] Le Neuroscienze contemporanee hanno verificato che tutte le emozioni sono veicolate dalla presenza nell’organismo di ormoni e neurotrasmettitori specifici. Per es. l’Adrenalina veicola emozioni di “inquietudine” (che possono andare dalla rabbia alla paura): in questo caso, il feto che abbia condiviso con la gestante la presenza di Adrenalina (prodottasi in lei, ma finita in circolo anche a lui!) non avrebbe potuto sottrarsi alla emozione di “inquietudine”. Allo stesso modo, una gestante che abbia avuto in circolo la Serotonina (che induce emozioni di calma e benessere) avrebbe “passato” al feto sia quell’ormone, sia la specifica emozione da esso indotta. Dal punto di vista del feto, si tratta di un apprendimento biochimico di tipo passivo, ma è possibile che la presenza in circolo di sostanze biochimiche specifiche produca  una specifica sensibilità a quelle sostanze; ciò potrebbe avvenire perché -nel Sistema Nervoso del feto, allora in formazione- verrebbe promossa la crescita quantitativa di specifici recettori.
Se (se!) fosse così, si produrrebbe una vera e propria “predisposizione” a provare emozioni di “inquietudine” o “benessere” per effetto della presenza in circolo di quantità anche minime degli ormoni corrispondenti. 

[5] Il fatto che il feto sia in grado di percepire -per es.- i suoni (con un suo autonomo apparato acustico!) lo mette nella condizione di apprendere autonomamente che il mondo è rumoroso oppure silenzioso, e che suoni o silenzi possono producono piacere o fastidio. E non è tutto qui: la progressiva autonomia del feto nella percezione dei suoni, gli permette anche di sobbalzare “di suo”, se il suono lo sorprende; il feto -nel quale si sono prodotti centri nervosi specificamente finalizzati a questo- è in grado di valutare autonomamente che il suono sia risultato sgradevole; gli è già possibile provare autonomamente fastidio, persino se, invece, la madre non è stata disturbata più di tanto da quello stesso rumore.

[6] E’ cosi che si spiega la “incrollabile certezza” di ogni gestante di sapere continuativamente “se sta bene o sta male” e persino di “che umore” è il figlio che reca in seno: lo sa veramente perché condivide con lui la emozione che egli prova autonomamente e che le comunica biochimicamente in un moto reciproco di scambio di informazioni dall’effetto emotivo.

[7] E’ semplicemente tristissimo dover constatare che si possa “nascere imparati” alla tossicodipendenza, ma è così! L’effetto della condivisione madre-figlio dei biologismi di ogni genere si estende anche all’assunzione di “sostanze”, e può produrre nel feto (e nel nascituro poi!) tutte le stesse conseguenze biochimiche. Ci sentiamo di dire che è necessaria un’assoluta astensione.

[8] Ci consentiamo un commento scherzoso: in assenza di questa “correzione”, sarebbe comunque difficile che il feto non sobbalzasse ogni volta che la madre -amante della musica- si ponesse all’ascolto di qualche brano musicale che iniziasse con sonorità particolarmente “fragorose”. Né parliamo di “metallari”: il feto sobbalzerebbe anche per molte overtoures di Mozart!  

[9] Negli ultimi decenni, una sorta di “libertarismo pedagogico” ha reso difficile parlare di <<educazione>> senza doversi sottrarre al sospetto che si stia parlando, invece, di “indottrinamento” o “condizionamento”. Si tratta di un malintendimento che considera equivalente l’impegno di “guidare fuori” il meglio e un presunto “porre autoritariamente dentro”, ma qui ed ora non abbiamo lo spazio di esporre la differenza … ammesso che ci sia chi non la vede da sé!
Ad ogni modo, ci piace “rassicurare” nel merito del fatto che il feto può scegliere autonomamente se -diciamo così- farsi piacere i brani mozartiani o “metallari”, perché egli feto -dal momento che ha certamente la capacità di prodursi emozioni autonome da quelle materne- risponde esclusivamente a quelle che sono le risposte emozionali sue proprie. Nello scherzoso esempio da noi proposto, la “tranquillizzazione” della madre otterrà che il bimbo possa non sobbalzare all’irrompere della musica … ma non potrà condizionarlo autoritariamente: se il bimbo “nascerà imparato” mozartiano o metallaro, dipenderà solo da lui!

 



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